Il valore terapeutico del silenzio

Ormai da tempo ci siamo abituati a vivere circondati dal frastuono e da parole vuote.Televisori ad alto volume, soprattutto quando compaiono gli spot pubblicitari, politici che parlano a vanvera, motori rombanti di moto ed autoradio che ci fracassano i timpani, clacson che suonano per un nonnulla per non parlare poi dei Boeing che sfrecciano sulle nostre testa.. A tutto questo trambusto siamo assuefatti e non ci facciamo più caso. Più appropriate che mai sono le parole di Max Picard (medico, filosofo e scrittore): “l’uomo è diventato un’appendice del rumore”.

Ho fatto esperienza sulla mia pelle di questa abitudine al rumore. Mi trovavo in vacanza in un piccolo villaggio della Svizzera ai piedi delle Alpi. La prima notte, quando mi sono coricata per dormire, sono rimasta impressionata dal silenzio che mi circondava come se le mie orecchie dovessero riabituarsi ad una quiete conosciuta, ma perduta da tempo: quella del grembo materno. La stessa sensazione che provo quando nevica in modo copioso e il paesaggio si presenta attutito nei rumori: una calma che sembra avvolgere tutti e penetrare negli animi.

Penso che a molti il silenzio faccia paura, forse perché avvertito come un vuoto da riempire a tutti i costi, forse perché percepito come una forma di passività, che può mettere a contatto con zone d’ombra o aspetti di sé temuti.

Al contrario, nel lavoro psicoterapeutico il silenzio è l’ingrediente indispensabile per l’incontro con l’altro. Per un ascolto attento occorre stare in silenzio: solo nel silenzio possiamo prestare attenzione alle parole del nostro interlocutore. Il silenzio può essere accogliente ed empatico, in esso si può condividere il dolore di chi abbiamo vicino; talvolta è lo stesso silenzio fonte di una comunicazione che va colta e svelata all’altro. Il silenzio affina le nostre capacità percettive ed induce alla creatività, diventa fecondo quando ci fornisce lo spazio per riflettere e consolidare il nostro pensiero.

Talvolta, il silenzio porta in sé contraddizioni ed ambiguità di cui è bene prendere coscienza. Esiste anche un silenzio chiuso ed ostile, resistente alla comunicazione, usato per creare distanza e per respingere chi cerca l’incontro: in questo caso si parla di mutismo e non di silenzio. Nel mutismo c’è sfiducia e rifiuto di comunicare la propria sofferenza all’altro. Tuttavia, proprio attraverso la terapia, è possibile ristabilire la fiducia perduta. In questa cornice chi vive un disagio psichico trova uno spazio di accoglimento affinché gli stati emotivi dolorosi possano essere espressi e contenuti e le esperienze traumatiche del passato elaborate e superate.

Generalmente ci è noto che lo stare accanto all'altro nel silenzio sia una delle esperienze più profonde: fra due persone che si amano, condividere il silenzio significa accogliere e rispettare il mistero dell’altro, che ci stupisce con il suo sguardo d’amore. Come diceva Pablo Neruda “La parola è un’ala del silenzio.